
Medjugorje. Sono le 4:30 di stamane 28 luglio 2026.
Il Podbrdo è buio. A quell'ora sulla Collina non c'è nessuno: i pellegrini scendono alla sera, risalgono all'alba. C'è quella finestra di poche ore in cui la collina resta sola.
Qualcuno lo sapeva.
Alle 4:30 la stazione di polizia di Čitluk riceve la prima segnalazione. Sul Podbrdo, a Bijakovići, la statua della Madonna è stata deturpata con delle scritte.
Alle 5:00 arriva la seconda chiamata. Sta bruciando l'altare esterno, dietro la chiesa di San Giacomo.
Sono i due orari confermati da Ilijana Miloš, portavoce del Ministero degli Interni della Contea Erzegovina-Neretva. Trenta minuti l'uno dall'altro. Non è stata una bravata di ragazzi ubriachi al ritorno da una festa.
Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutto: un uomo che si avvicina allo spazio dell'altare, versa un liquido infiammabile e appicca il fuoco. Poi se ne va.
Il fuoco è stato circoscritto in fretta e non ha raggiunto la chiesa. Ma l'altare esterno — quello del 1989, quello davanti a cui si siedono cinquemila persone, quello restaurato da poco — ha subito danni.
E non è finita lì.
Alla Croce Blu, il punto dove dal 4 luglio 1982 si riunisce il gruppo di preghiera di Ivan, la statua della Madonna è stata imbrattata allo stesso modo, e su una lapide accanto hanno scritto "EVIL". Sul Krizevac, in più punti, la parola "devil" in nero.
E sul basamento della statua del Podbrdo, la frase che state vedendo girare su tutti i telefoni da stamattina: "DEVIL IN A SKIRT". Diavolo in gonnella.
Accanto alla statua hanno lasciato dei cartelli. Frasi che negano le apparizioni, che fanno i nomi dei veggenti, che li chiamano imbroglioni. Uno è in polacco.
La polizia è sul posto, il sopralluogo è in corso. Nessun responsabile identificato mentre scrivo.
Ora però lasciatemi dire una cosa su quella statua.
Perché la vedete tutti nelle foto, bianca contro il cielo, e pensate: è la statua della Collina. Punto.
Non è così.
Quella statua è marmo bianco di Carrara, scolpita da Dino Felici. È stata messa lì nel 2001, per il ventesimo anniversario delle apparizioni. E non l'ha pagata la parrocchia.
È un dono dei pellegrini coreani.
Erano venuti a Medjugorje, avevano chiesto la guarigione di un bambino, e quel bambino era guarito. Sono tornati a casa in Corea e hanno deciso di fare qualcosa per dire grazie. Hanno fatto scolpire una statua a Carrara, l'hanno fatta arrivare in Erzegovina e l'hanno fatta salire su quella collina di pietra.
E sulla targhetta che hanno portato dalla Corea ci hanno fatto incidere anche una preghiera: per la pace nella penisola coreana.
Ecco cosa hanno coperto di vernice nera stanotte.
Non un monumento. Non un pezzo di arredo sacro. Hanno coperto di nero il volto di un grazie. Il grazie di una famiglia dall'altra parte del mondo per un figlio che è tornato a vivere.
Il primo pellegrinaggio fu nel 2007, con Annalisa e la nostra parrocchia. Da lì ne sono nati centinaia: oggi facciamo 150 partenze all'anno. Su quella collina ci sono salito non so più quante volte.
E ogni volta ho visto la stessa cosa.
Ho visto gente salire scalza, ogni passo una piccola offerta.
Ho visto figli reggere il braccio del padre a ogni gradino, senza dirsi una parola.
Ho visto madri salire lentamente, gravate da pesi che non raccontano a nessuno.
Ho visto persone rimanere in ginocchio sulla roccia bagnata per ore, sotto la pioggia, perché in Erzegovina il 24 giugno piove quasi sempre.
Quelle pietre sono taglienti. Puniscono ogni distrazione. Ti costringono a rallentare, a stare presente in ogni passo.
E lì, come tanti di voi, ho pregato. Ho pianto. Ho sperato. Ho affidato.
Non da guida. Da uomo, con le mie cose in mano, come chiunque altro salga quella collina.
Ed è per questo che la notizia di stamattina fa male in un modo che non ha niente a che vedere con il valore del marmo.
Quella statua è il punto dove decine di migliaia di persone hanno appoggiato il peso più grande che avevano. Una diagnosi. Un figlio che non risponde più al telefono. Un matrimonio che non tiene. Un lutto che non passa.
Chi ha impugnato la bomboletta stanotte ha colpito esattamente lì. E lo sapeva.
È la frase che ripeto sempre ai nostri pellegrini prima della salita. È quella a cui sono più affezionato in assoluto.
Là dove batte un cuore di mamma.
Perché Medjugorje non è un luogo che si spiega. Si spiega solo così: c'è un posto, su una collina di sassi in Bosnia ed Erzegovina, dove batte un cuore di mamma. E la gente lo sente. Anche chi arriva scettico. Anche chi sale «tanto per accompagnare la moglie» — e ne ho accompagnati tanti, di questi.
Stanotte hanno coperto di nero un volto di marmo.
Ma il cuore di una mamma non è di marmo. Non si scalfisce con una bomboletta e non si spegne con una tanica di benzina. Nessuna madre ha mai smesso di amare un figlio perché qualcuno le ha sputato addosso. Semmai — e questo lo sa chiunque abbia una madre — in quel momento lo ama di più.
La vernice si toglie. Il marmo si pulisce.
Ma non hanno cancellato una sola delle guarigioni avvenute lì.
Non hanno cancellato una sola delle confessioni fatte sotto quegli alberi.
Non hanno cancellato una sola delle riconciliazioni che ho visto accadere su quel sentiero, tra padri e figli che non si parlavano da vent'anni.
Non c'è vernice che arrivi a quella profondità. Non ne esiste.
Questo è il punto che vorrei vi restasse addosso più di tutto il resto.
Un altare non è un tavolo di pietra a cui è capitato un incidente. Un altare bruciato torna altare per la potenza dei Sacramenti, per la vittoria del Sacrificio della Croce che ogni volta si rinnova nell'Eucaristia, per l'azione vivificante della Chiesa che consacra, benedice e ripara.
Il fuoco ha toccato la pietra. Non ha toccato ciò che su quella pietra accade.
Perché il giorno in cui su quell'altare tornerà la Messa — e ci tornerà — si ripresenterà l'unico gesto che ha già vinto tutto: un Innocente che si lascia uccidere e il terzo giorno esce dal sepolcro. Quel Sacrificio ha già battuto la morte.
Figuriamoci una tanica di benzina.
E badate che la Chiesa, in queste cose, non improvvisa e non lascia niente a metà. Quando un luogo sacro viene profanato è previsto un rito penitenziale di riparazione prima che vi si torni a celebrare. Non è burocrazia ecclesiastica: è una madre che rifà il letto al figlio dopo che qualcuno gliel'ha sporcato. Si prega, si asperge, si benedice, si riporta quella pietra a ciò per cui era stata messa lì.
Quindi non chiedetevi se quell'altare tornerà a essere altare.
Chiedetevi piuttosto una cosa sola: quel giorno, dove sarete voi.
Il resto, in una terra che dopo la guerra ha ricostruito ben altro, sono ponteggi e qualche settimana di lavoro.
Lasciatemi dire una cosa che mi porto dentro da anni e che stamattina mi è tornata addosso guardando quelle foto.
Il diavolo è goffo.
Non è potente come si racconta nei film. È goffo. Perché ogni volta che esce allo scoperto e si mostra, si mostra per quello che è: brutto, meschino, senza una sola idea sua. E facendosi vedere, si smaschera.
Guardate cosa è successo stanotte. Uno che sale su una collina di notte, di nascosto, quando non c'è nessuno. Che scappa prima dell'alba. Che ha bisogno di una bomboletta e di una tanica di benzina per farsi sentire.
E poi guardate cosa ha scritto. Ha scritto "devil". Ha scritto "evil".
Ci ha messo la firma da solo.
Non serviva nessuno a spiegarci da che parte arriva quel gesto: l'ha scritto lui, con la sua mano, in vernice nera, su una pietra. Nella furia di offendere una Madre, ha finito per fare il nome del suo padrone.
Ecco la goffaggine. Il male non sa creare niente, sa solo sfregiare quello che c'era prima. Non sa fare una statua: sa solo coprirla. Non sa costruire un altare: sa solo bruciarlo. Non ha una parola sua da dire, prende in prestito la parola degli altri e la scrive storta.
E c'è dell'altro, un particolare che ai nostri gruppi faccio sempre notare. Il nemico lavora nel silenzio e nel segreto — è Sant'Ignazio a dirlo, non io — e la sua paura più grande è essere scoperto. Quando esce allo scoperto ha già perso metà della battaglia.
Stanotte è uscito allo scoperto.
E allora, chiarito da che parte non vogliamo stare, la domanda è semplice: noi cosa portiamo?
Perché la risposta a un gesto così non è un comunicato indignato. È tirare fuori le armi. E le nostre sono queste, sempre le stesse da 45 anni:
Il Rosario. «Cari figli, il rosario mi è particolarmente caro, perché attraverso di esso mi aprite il cuore e così posso aiutarvi.» Non è un contapunti. È una catena a cui il male non regge.
L'acqua benedetta. Tenetela in casa. Sulla porta, sul comodino, addosso ai vostri figli quando escono. Non è superstizione: è memoria del Battesimo, è dire ad alta voce io appartengo a un Altro.
Il segno della Croce. Fatto bene, lentamente, non con la mano che sventola. È il gesto più antico e più temuto che abbiamo.
La Confessione. Non c'è arma più definitiva di questa. Le altre lo tengono lontano; questa gli toglie la casa.
Un segno addosso. Una medaglia, un crocifisso, una corona in tasca. Non perché sia un amuleto — non lo è, e chi lo tratta così sbaglia — ma perché ogni volta che ci tocchiamo la tasca ci ricordiamo di chi siamo figli.
Sono i sassi che raccogliamo sempre in cima al Podbrdo. Oggi non ne serve uno nuovo. Servono quelli, usati sul serio.
Scrivo soprattutto per voi. Per chi è partito con noi in questi anni e su quelle pietre ha lasciato qualcosa — e si è portato a casa qualcos'altro.
So che stamattina, aprendo il telefono, avete avuto la sensazione che qualcuno abbia messo le mani su un posto vostro. È giusto sentirsi così. È il segno che quella collina vi appartiene davvero.
Vi chiedo una cosa sola: non lasciate che diventi rabbia.
Sarebbe l'unico modo di dare ragione a chi ha impugnato quella bomboletta. Chi fa un gesto del genere alle quattro del mattino non cerca il danno materiale. Cerca la reazione. Cerca di vederci arrabbiati.
Non gliela diamo.
In 45 anni la Regina della Pace ha detto sempre la stessa cosa, e non è mai stata "difendetemi". È stata: pregate, digiunate, confessatevi, riconciliatevi, perdonate. Sono i cinque sassi. Sono sempre stati quelli. Oggi non ne serve un sesto.
E allora facciamo l'unica cosa che quel gesto non aveva previsto: preghiamo per la parrocchia di Medjugorje, per i frati, per la gente di Bijakovići che stamattina si è svegliata con questo davanti a casa.
E preghiamo anche per chi l'ha fatto. Non è buonismo, è il Vangelo. Uno che sale su una collina alle quattro del mattino per scrivere quelle parole non è una persona in pace. Ha bisogno di una madre più di tutti noi.
C'è un particolare che, se ci pensate, dice tutto.
Dal 1° al 6 agosto — cioè tra quattro giorni — a Medjugorje c'è il Mladifest. Decine di migliaia di ragazzi da tutto il mondo. E si tiene esattamente lì: davanti a quell'altare esterno.
Chi ha acceso quel fuoco stanotte ha scelto, senza saperlo, la settimana peggiore dell'anno per provare a spegnere qualcosa.
Tra pochi giorni quello spiazzo sarà pieno di ragazzi che cantano fino a notte. La statua sarà stata ripulita. E il Podbrdo, come ogni giorno da 45 anni, sarà di nuovo pieno di gente che sale scalza al tramonto, con il rosario tra le dita e un peso da lasciare in cima.
Non perché non sia successo niente.
Ma perché là, semplicemente, batte un cuore di mamma. E i cuori delle mamme non si spengono. Mai.
Aggiorneremo questo articolo appena arriveranno le comunicazioni ufficiali della Parrocchia di Medjugorje e gli esiti delle indagini.
Fonti: MUP Erzegovina-Neretva (dichiarazioni della portavoce Ilijana Miloš), Jabuka.tv, Bljesak.info, La Luce di Maria.